Nota editoriale
Negli anni Settanta la Rai mandò in onda un ciclo di trasmissioni radiofoniche intitolato Le interviste impossibili: scrittori e intellettuali prestavano voce e penna a personaggi che la storia aveva reso, per definizione, non intervistabili: Socrate, Saffo, Caligola. L’impossibilità era la cornice dichiarata: si sapeva di ascoltare un’invenzione, e proprio per questo ci si fidava di quello che diceva.
Questa non fa eccezione, con una complicazione in più. Gli altri erano impossibili perché morti. Laura Rinaldi è impossibile perché, in un senso molto preciso e documentabile, non è mai esistita: non un’anagrafe che la registri, non un datore di lavoro che la conosca, non una fotografia che la ritragga con il suo nome vero. Chi scrive ha dovuto costruire un luogo che non esiste per farla parlare, una stanza fuori da ogni fascicolo, fuori da ogni missione, un intervallo che nessun briefing prevede.
Non ha acconsentito a essere intervistata. Non nel senso in cui una persona reale acconsente. Ha semplicemente, per la durata di queste pagine, smesso di evitare le domande.
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Lei non esiste. È un buon punto da cui cominciare, o solo un modo elegante per non rispondere a niente?
Dipende da cosa intende con “esistere”. Se intende: c’è un corpo che respira, decide, sanguina quando serve — esisto quanto chiunque altro in questa stanza. Se intende: c’è un nome che qualcuno può cercare in un archivio e trovare collegato a quel corpo, no. Quello non esiste da quasi un decennio. L’ho lasciato in un cassetto di comodino a Milano, insieme a una foto che invece ho tenuto.
La foto dei suoi genitori.
Vedo che ha fatto i compiti.
Perché quella, e non qualcos’altro? Un documento, un ricordo più recente.
Perché non mente. Tutto il resto che porto con me, nome, biografia, il modo in cui rispondo se qualcuno mi chiede dove sono nata, è stato costruito da qualcuno più bravo di me a costruire cose plausibili. La foto no. È l’unico oggetto della mia vita che non ha mai avuto bisogno di una copertura.
C’è chi direbbe che è un dettaglio sentimentale, fuori posto in un mestiere come il suo.
C’è chi lo direbbe. Di solito sono le stesse persone convinte che la freddezza sia un requisito operativo invece che una tecnica. Il freddo si impara. Quello che si porta dentro nonostante il freddo, quello dice qualcosa di più utile su chi è una persona.
Parliamo del mestiere, allora, per quanto le è concesso. Chi decide cosa lei possa o non possa fare?
Formalmente, un’organizzazione con un nome innocuo e una sede a Bruxelles. Nella pratica, una gerarchia di persone che mi conoscono a gradi diversi di profondità. Uno mi legge nei numeri, tempo di esecuzione, complicazioni gestite. Un altro mi legge nel silenzio, e non ha mai avuto bisogno di leggermi altrove. Ho imparato presto che le due cose non sono intercambiabili, e che avere entrambe, anche separate, è più di quanto la maggior parte delle persone in questo lavoro possa dire.
Sta parlando di fiducia.
Sto parlando del fatto che la fiducia, in questo mestiere, si specializza. Nessuno te la dà intera. La ricevi a fette, da persone diverse, per scopi diversi, e devi imparare a non pretendere che una fetta faccia il lavoro di un’altra.
È una descrizione piuttosto solitaria.
È una descrizione accurata. Non le ho detto che fosse allegra.
C’è qualcuno, in questi anni, che non le ha mai chiesto niente in cambio?
Una persona. Forse due, se conto qualcuno che ho conosciuto per un’ora sola su un treno che non ho mai più preso. Il resto della mia vita è fatto di scambi, alcuni dichiarati, altri no. Non me ne lamento: li ho scelti, quasi tutti. Ma sarei una cattiva testimone di me stessa se le dicessi che costano poco.
Cosa costano, esattamente?
Non glielo dirò con precisione, perché non sarebbe onesto verso chi ha pagato lo stesso conto senza il beneficio di raccontarlo a un’intervista. Le dico questo: certe porte, una volta aperte, si richiudono. Altre restano socchiuse per sempre, e si impara a camminarci accanto senza guardarci dentro tutti i giorni. Nessuna delle due cose è gratis.
Ha mai ucciso qualcuno senza che le fosse ordinato?
Sì.
Se ne è pentita?
No. E se questo la disturba più di quanto la disturbi il resto di quello che le ho detto finora, forse è il caso di chiedersi perché.
Un uomo che conosce bene lei, non farò il nome, lei sa a chi mi riferisco, ha detto una volta che esiste una prima fase, in cui si è vittime di quello che si subisce, e una seconda, in cui si trasforma quello che si è subito in qualcosa che si decide di fare. Lei in che fase si trova?
Nella seconda, da tempo. La domanda che mi porto dietro, e che non le risponderò per intero perché non ho ancora una risposta intera da darle, è se esista una terza fase. Il punto in cui non resta più niente da trasformare perché non resta più niente, semplicemente, che subisci. Uno strumento pulito. Efficiente. Senza residui.
Le fa paura, quella fase?
Mi chiedo se sarebbe un sollievo, arrivarci. Questo dovrebbe risponderle meglio di qualunque “sì” o “no”.
C’è un mare, nella sua vita in questo momento, che non può ancora raccontarmi.
C’è sempre un mare, in questo lavoro. Alcuni li ho attraversati per portare via qualcuno. Altri per lasciarmi portare via io. Quello che sta per venire no. Non ancora. Chieda di nuovo tra qualche mese, quando avrà smesso di essere impossibile anche per me.
Un’ultima domanda. Se quella ragazza di Parma, prima di tutto questo, potesse vederla oggi, la riconoscerebbe?
Non lo so. Spero che almeno capisca perché.
Laura Rinaldi non ha rilasciato altre interviste, possibili o impossibili. Non è chiaro se lo farà ancora.
